Pubblichiamo la bella testimonianza che la nostra novizia ha reso in un incontro di preghiera con la comunità parrocchiale…. buona lettura!
Sono Silvia, ho 27 anni e sono originaria di un piccolo paese in provincia e diocesi di Cremona, dove ho sempre vissuto con la mia famiglia, composta da papà, mamma, mia sorella Elena, me e mio fratello Andrea
Prima di entrare in Monastero la mia vita può essere definita semplicemente come la vita normale di una ragazza normale, tra famiglia, amici, scuola e sport (mi piaceva da matti correre a piedi!): tutto tranquillo e sereno, fino al momento in cui è successo qualcosa. Sì, perché una non entra in clausura così, di punto in bianco; c’è tutto un cammino dietro.
Infatti, verso i 17-18 anni sono andata in crisi: avevo tutto, tutto quello che una ragazza avrebbe potuto desiderare, ma non ero felice. Mi mancava la terra sotto i piedi, mi mancava l’essenziale, che in fin dei conti era il Signore, ma io non lo sapevo. Anzi, quel Gesù mi sembrava quasi un personaggio inventato da chi voleva accontentarsi della vita e io non volevo accontentarmi. E non ero felice. Magari, sì, andavo a Messa…ma non ero per niente convinta e se andavo, era solo per fare contenti i miei e per avere il permesso di uscire alla sera; per di più arrivavo sempre in grandissimo ritardo.
In questo periodo di crisi, mi capita tra le mani quasi per caso (ma…che cosa mai avviene per caso?!?) un libretto su Madre Teresa di Calcutta, sulle sue suore, sui suoi poveri. Da queste pagine di Vangelo vissuto mi accorgo che questi poveri sono in realtà molto più ricchi e più felici di me che pensavo di avere tutto, semplicemente perché, in un modo o in un altro, avevano incontrato quel Signore che io continuavo a relegare in un angolo.
È iniziata per me, allora, una vera e propria ricerca, direi una caccia al Tesoro, per cercare di capire almeno un pochino chi fosse questo Gesù che cominciava ad affascinarmi; inoltre, volevo cercare di scoprire quale avrebbe potuto essere il mio modo per fare qualcosa di bello per Lui.
Naturalmente non ho capito subito che sarei diventata monaca di clausura!
Inizialmente ho cominciato a dare una mano in parrocchia, a fare un po’ di volontariato; intanto dicevo: “No, no, no, Signore! Io non posso fare la suora, perché le suore non corrono a piedi!”. Ma Lui voleva farmi correre la Vita Nuova. Allora, visto che sono diabetica, prendevo la scusa e ponevo un’altra obiezione: “No, no, no, Signore! Io non posso fare la suora, perché devo far vedere a tutti che una con il diabete può sposarsi, avere figli, lavorare…insomma, può avere una vita normale!”. Il che è vero, verissimo, ma così vero che questa mia dimostrazione non serviva a nessuno, tanto meno al Signore, il quale, piuttosto, mi faceva capire che Lui non si accontentava di un braccio o di una gamba, Lui voleva tutta Silvia così com’è, con i suoi pregi (pochi!) e i suoi difetti (tanti!), ma tutta!
Cominciava così a farsi strada l’idea di una possibile consacrazione…pazza idea!
Chissà, magari tra le suore di Madre Teresa, visto che è stata lei il tramite che mi ha fatto incontrare il Signore; oppure tra le Sorelle di San Francesco che sono a San Benedetto Po (Mn) -già i nomi sono tutto un programma!-, un giovane Ordine che ho conosciuto grazie a un carissimo zio, frate tra i Fratelli di San Francesco…
Ad un certo punto, però, il Signore ha parlato chiaro e mi ha messo con le spalle al muro. Il Giovedì Santo di qualche anno fa, nel giro di una sera, anzi, nel giro di una Messa, mi ha letteralmente sconvolto la vita. Nel giorno in cui si ricorda l’istituzione dell’Eucaristia, mentre ascoltavo il Vangelo della lavanda dei piedi (perché nella mia diocesi si segue il rito romano), mi sono accorta che lì, proprio lì nel Santissimo Sacramento, c’era tutto quello che stavo cercando ormai da anni: lì Lui ti ama fino alla fine, si china a lavarti i piedi, ti ama fino alla follia della Croce e ti chiede di fare lo stesso, pur nel tuo piccolo. E a te non resta altro che ringraziare…
Il Signore sa poi architettare ogni cosa alla perfezione e ha fatto in modo che in quel periodo nel mio paese ci fosse un diacono mandato dal Vescovo di Cremona. Questo diacono, che nel giro di qualche mese sarebbe diventato sacerdote e che è il mio padre spirituale, è originario di queste zone e, guarda un po’, conosce queste suore. Insomma: l’uomo giusto al momento giusto, uno di quelli che non rispondono mai alle tue domande più vere, ma che sa stare con te nella domanda e ti mette in condizione di trovare da te le tue risposte, quelle che contano e che, come dire?, ti fanno le ossa.
Non so bene spiegare come e perché, ma ho trovato la forza di raccontargli qualcosa di quello che mi stava capitando e lui mi ha proposto di venire a conoscere le sue suore, le Monache Benedettine dell’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento.
Non ho accettato subito: la clausura da una parte mi affascinava, ma dall’altra mi spaventava. Non mi sembrava giusto, però, conservare il dubbio e alla fine mi sono decisa e sono venuta a vedere che cosa c’era a Gallarate. La prima volta ho detto ai miei che sarei andata qualche giorno dalle mie amiche (senza specificare né dove, né da quali amiche) e sono venuta nel Monastero San Francesco. Nei mesi successivi ho fatto altri giretti del tipo vai, vieni, vedi, prova, renditi conto, fino a che ho capito che era proprio qui che il Signore mi voleva! Queste monache, infatti, traducono in vita ciò che avevo intuito quel famoso Giovedì Santo, vivono di adorazione e riparazione e, come mi insegnano non solo a parole, ma con la loro quotidianità, da questo fazzoletto di cielo abbracciano il mondo.
A questo punto, ho portato a termine l’anno di Servizio Civile che avevo iniziato, mi sono laureata e fresca fresca di laurea, anziché scrivere il curriculum (come speravano i miei), ho scritto la lettera per poter entrare come postulante qui, in Monastero.
Devo sottolineare che i miei hanno accettato con cuore e con fede davvero grandi questa mia decisione e non mi hanno mai ostacolato, nonostante il dispiacere per il distacco.
E così, il 21 Novembre 2007 sono stata accolta dalla Madre e dalle Sorelle come da una nuova grande famiglia e proprio qui, a Dio piacendo, farò la mia Professione temporanea il prossimo 4 Dicembre.
Come definire questi primi anni in Monastero? Senz’altro belli, pieni, intensi. Del resto, lo sapete senz’altro meglio di me: quando si sta con il Signore non c’è affatto il tempo di annoiarsi, c’è sempre qualcosa da fare. Adesso posso dirlo: sono felice, sebbene non tutto sia stato (e nemmeno sarà) sempre facile, dato che il salto tra la vita che facevo prima e la vita che si fa in Monastero è stato piuttosto grande (basti pensare alla diversità di fuso orario!).
Non posso nascondere il fatto che, comunque, prima o poi, un po’ di nostalgia per quello che hai lasciato ti viene… Tuttavia, nello stesso tempo, sai che non sei entrata in Monastero per fare una fuga dal mondo! Sei qui perché hai lasciato tutto per il Tutto e sei ben consapevole che nel tuo tutto c’è qualcosa di straordinariamente bello, che ti è caro e che ti costa, ma tutto ciò rende semplicemente più vera la tua offerta. Senza dimenticare che, in ogni caso, il Signore non si lascia di certo vincere in generosità: non ti toglie nulla di quello che ti chiede, anzi, te lo restituisce in modo completamente nuovo e del tutto inaspettato.
A questo proposito vi faccio una piccola confidenza: magari vi fa ridere, però è vera e vi dice come una che entra in Monastero oggi sia una ragazza normale, che non viene dal mondo della luna, sebbene sia forse un po’ matta per il Signore.
Tra le cose che mi mancavano di più nei primi tempi c’era il mio profumo. Era sempre lì, nel boccettino azzurro, sulla scrivania della mia camera e lo mettevo su ogni volta prima di uscire. Una volta entrata in Monastero, io il mio profumo non ce l’avevo più…e mi mancava!
Ecco, allora, che il Signore mi ha fatto capitare sott’occhio una preghiera del nuovo Beato, il cardinal Newman, che inizia così: Gesù, aiutami a diffondere dovunque la tua fragranza, dovunque io vada. È stato allora che ho capito che il profumo di cui c’è davvero bisogno non era il mio del boccettino azzurro, ma è quello di Cristo! È questo l’unico profumo da cercare, perché ti riempie di senso la vita e dà senso anche alle cose più piccole! Non lo puoi comprare, puoi solo cercarlo, anche perché una volta che l’hai sentito davvero, non ne puoi più fare a meno, continueresti a cercarlo e, non appena lo trovi, vorresti farlo conoscere a tutti!
Alla fin fine credo sia tutto qui il senso di una vita cristiana, sia dentro che fuori dal Monastero: cercare e portare a tutti il profumo di Cristo.
Mi piace concludere, allora, rivolgendo al Signore questa stessa preghiera-augurio, per ciascuno di voi e anche per me:
Gesù, aiutami a diffondere dovunque la tua fragranza, dovunque io vada.
